Creature from the Black Lagoon

creature_from_the_black_lagoon_xlgIl Mostro della Laguna Nera è un film del 1954, in bianco e nero ma in 3D, girato originariamente in Polarized 3D e successivamente distribuito nel più economico formato 3D stereoscopico.

La Creatura a me diverte molto. Il Gill Man vive in un mondo suo, perso dietro la sua sirena (Julie Adams) ma senza saperlo innamorato di Ginger Stanley. La sequenza dove Gill Man spia la bella che nuota sopra di lui è davvero sexy, ma quella non è Julie…

Ci si è messo di mezzo anche James Hillmann col suo Le storie che curano, e la metaxy. Et voilà, in un batter d’occhio mi son trovato perso ancora una volta in LEA11 a dare spazio alla mia “base poetica”. Fantastic.

“Metaxy quindi è un vacillare, un essere in mezzo tra una realtà caratterizzata dall’assenza, per un prendersi cura di una quotidianità mondana e un’altra realtà ideale, più specificamente metafisica, giammai assimilabile, quantunque continuamente desiderabile.” dice Luigi De Blasi, e chi meglio della Creatura rappresenta questo stato?

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http://www.flickr.com/photos/bamboobarnes/12591203905/

Così il mio cosmo immaginale si è rappresentato in questo spazio, dalla mia anima all’anima mundi. A questo serve Second Life.

Gemeinschaftsgefühl, dice Adler. Ubuntu si potrebbe dire, sub specie aeternitatis. Il posto qualifica lo spazio.

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http://www.flickr.com/photos/bamboobarnes/12608853155/in/photostream/

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http://modemworld.wordpress.com/2014/02/15/of-monsters-and-b-movies/

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http://honourmcmillan.wordpress.com/2014/02/15/the-love-life-of-a-b-movie-creature-in-second-life/

SLURL: http://maps.secondlife.com/secondlife/LEA11/94/119/22

Moving Islands, un progetto di Eupalinos Ugajin

moving islands

A LEA 20 in Second Life stanno accadendo strane cose. “The Cosmogony of Rafts and other improbable floating beings” dice la presentazione, ed è vero.

L’esposizione è formata dalle opere di numerosi artisti, più di 20, e senza dubbio costituisce quella che potrebbe essere definita una “Esposizione Collettiva di Arte Contemporanea”.

Per chi volesse visitare l’installazione, consiglio di alzare il volume dei suoni: molti sono suggestivi e completano l’esperienza sensoriale di fruizione dell’opera digitale, così come non mancate di provare l’interattività delle opere stesse. Qualità video la massima che la vostra scheda grafica vi permette, o come minimo almeno l’Advanced Lighting Model attivo (non è necessario attivare anche le ombre, per chi ha computer un po’ datati).

“Moving Islands” [Rafts] è un progetto collettivo di:
● Alpha Auer
● Artistide Despres
● Aston Leisen
● CapCat Ragu
● Cica Ghost
● Cutea Benelli
● Derek Michelson
Eupalinos Ugajin
● Haveit Neox
● Kake Broek
● Kikas Babenco
● Livio Korobase
● Maclane Mills
● Marmaduke Arado
● Maya Paris
● Meilo Minotaur
● Merlino Mayo
● Oberon Onmura
● Ole Etzel
● Pallina60 Loon/Samira Tammas
● Scottius Polke
● Simotron Aquila
● Takio Ra
●Uan Ceriaptrix

 

HTML 5 WAI-ARIA, che editor usare?

Cosa sia HTML 5, spero che sia scontato (il draft linkato è di oggi, HTML 5.1 Nightly). Forse un po’ meno conosciuta è la specifica WAI-ARIA. Questa specifica definisce come rendere contenuti ed applicazioni Web maggiormente accessibili (ARIA sta per Accessible Rich Internet Applications) tramite l’uso di elementi predefiniti e standardizzati che definiscono il ruolo giocato dall’elemento nel contesto.

ARIA è particolarmente utile in presenza di contenuto dinamico e interfacce utente complesse sviluppate utilizzando Ajax, HTML, JavaScript e relative tecnologie. In pratica, ARIA si affianca a HTML quando l’elemento utilizzato non dispone nativamente del necessario attributo a supporto all’accessibilità. Per essere più chiari, non reinventate l’attributo alt per le immagini con i ruoli ARIA…

ARIA sovrascrive il ruolo semantico nativo dell’elemento. Per esempio,

<h1 role=button>text</h1>

diventa nell’accessibility tree:

<button>text</button>

Da usare quindi sapendo cosa si fa.

ARIA funziona bene con HTML 5, e il Nu Markup Validation Service del W3C lo supporta.

Però, già le specifiche di HTML 5 sono piuttosto complesse, aggiungere anche quelle di ARIA potrebbe diventare un po’ complicato per lo svluppatore che usa Blocco Note come i veri uomini. Come fare?

Fra i vari tool disponibili, penso che Blue Griffon sia il migliore: interfaccia semplice, comandi completi, e il set degli attributi ARIA a portata di clic. Supporta SVG e MathML, ed inoltre è gratuito. Sicuramente fra gli strumenti da avere nella cassetta degli attrezzi.

 

Il lungo elenco dei ruoli ARIA nell'interfaccia di Blue Griffon.

Il lungo elenco dei ruoli ARIA nell’interfaccia di Blue Griffon.

Second Life Materials: normal map e specular map, cosa sono?

ll progetto Materials è ormai implementato stabilmente nel viewer Linden a partire dalla versione 3.6, e fra le varie novità spiccano ovviamente quelle relative alle nuove possibilità delle texture.

Nel pannello Texture sono presenti diverse nuove opzioni. Alcune riguardano la gestione delle trasparenze delle texture di tipo diffuse, ovvero le consuete texture, e permettono di definire come debba essere gestito il canale alpha, altre riguardano le proprietà di riflettanza.

L’elenco a discesa Texture si è arricchito di ulteriori due voci: oltre alla consueta Texture (diffuse), ora troviamo anche Bumpiness (normal) e Shininess (specular).

Cosa saranno? E a cosa servono?

Il nuovo pannello Texture.

Il nuovo pannello Texture.

L’obiettivo è abbastanza intuibile, trattandosi di texture: creare una visualizzazione più accurata degli oggetti in Second Life (mi è capitato di leggere “più fotorealistica”, ma non è obbligatorio, il fotorealismo è solo una delle possibilità se quello è l’effetto voluto. Per esempio, a me sembra che poter applicare tre texture diverse a un oggetto rappresenti un bel mixer di immagini. Però è soltanto una mia idea).

Inoltre, probabilmente si tratterà di caratteristiche che reagiscono alla luce, poiché riguardano le superfici e i riflessi.

Comunque, per apprezzarne l’effetto è necessario che sia attivo l’Advanced Lightning Model. Quindi, per prima cosa selezionate Me > Preferences e nel pannello Graphics verificate che la casella di controllo Advanced Lightning Model sia attiva. Se no, attivatela.

Se non disponete di un computer da guerra e la vostra scheda grafica con le ombre va in crisi, sappiate che non è necessario attivarle per godere del nuovo motore di rendering, che sicuramente vi offrirà un’esperienza visuale migliore. Il mio consiglio è di lasciare attiva questa opzione, ha molto più effetto sulle performance ridurre eventualmente di un po’ la Draw Distance.

Per i più tecnici, l’Advanced Lightnining Model di Second Life utilizza un modello custom di BRDF, o Bidirectional Reflectance Distribution Function. Insomma, definisce in che modo un oggetto rifletterà la luce.

Quindi, per sfruttare questa possibilità avremo bisogno di tre texture (già, spendendo anche il triplo per caricarle): la nostra consueta texture,  più le corrispondenti texture di Bumpiness e Shininess. Come crearle?

Per la normal map, probabilmente l’opzione più semplice è usare un software come CrazyBump, che però è a pagamento. Se usate Photoshop, un plugin gratuito viene da NVidia: NVIDIA Texture Tools for Adobe Photoshop. Se qualche lettore conoscesse altre utility, aggiungetele nei commenti e provvederò ad aggiornare il post.

Il mio obiettivo è creare una normal map dell’affresco di Giotto visibile nell’immagine seguente.

L'affresco di Giotto in Photoshop.

L’affresco di Giotto in Photoshop.

Dopo aver installato il plugin, in Photoshop, selezionate Filter > NVDIA Tools > NormalMapFilter. Consiglio di leggere il manuale, le opzioni disponibili sono davvero molte. Comunque, otterremo un’immagine che dovrebbe assomigliare alla seguente.

La normal map dell'affresco.

La normal map dell’affresco.

Salvate l’immagine e caricate sia l’immagine di partenza sia la normal map in SL. Vediamo che succede.

In SL, create un oggetto ed applicate la texture diffuse come di consueto. Nell’elenco a discesa Texture selezionate Bumpiness (normal) e la normal map creata, che verrà applicata all’oggetto. Noterete senza dubbio dei cambiamenti nella visualizzazione.

Applicare la normal map.

Applicare la normal map.

Per valutare cosa accade, create una luce e trascinatela intorno all’immagine: la normal map ridefinisce le aree riflettenti dell’immagine di base. Assegnate un colore diverso dal bianco alla luce per comprendere con maggiore chiarezza.

Alcune aree dell'immagine appaiono rosate, poiché il punto luce sta proiettando luce di colore rosso.

Alcune aree dell’immagine appaiono rosate, poiché il punto luce sta proiettando luce di colore rosso e la normal map la riflette.

Attenzione, non è un’immagine renderizzata con dei punti luce in un software 3D e importata: l’effetto è dinamico, cambia con il punto di vista, l’intensità della sorgente luminosa e ovviamente con la luce ambiente. Le due immagini possiedono impostazioni differenziate: provate a modificare un po’ Horizontal e Vertical Offset della normal map per vedere come e dove si disloca.

La Shininess (specular) map invece permette di definire come reagiscono alla luce determinate aree dell’immagine, una spece di filtro sulla normal map.

Si tratta in genere di un’immagine in toni di grigio, dove il nero rappresenta la massima opacità e il bianco la riflettanza più elevata. Il metodo più semplice per ottenerla è ovviamente convertire in toni di grigio l’immagine di partenza e lavorare un po’ con  livelli per ottenere l’effetto desiderato, ma nulla vieta di inventare effetti più creativi utilizzando immagini del tutto diverse.

Per capire molto velocemente cosa fa una specular map, create un’immagine quadrata metà nera e metà bianca, e caricatela: la metà dell’immagine su cui la applicate non rifletterà più il punto luce precedentemente creato.

Un affresco su... lamiera.

Un affresco su… lamiera lucida.

Musiclandia in Second Life

Fine ottobre dell’anno scorso, ho realizzato in Second Life un’installazione dedicata al Libro dei Sogni di Fellini. Non era una vera “prima volta”, avevo già fatto delle cose da presentare al pubblico, ma sicuramente la prima volta a così larga scala (l’esposizione occupa uno spazio grande quanto l’intera sim Imparafacile).

Ho piazzato la betoniera, frattazzo e carriola e via. Il lavoro è venuto abbastanza bene, tant’è che dopo quasi un anno ha ancora visitatori ed è tuttora presente nella Destination Guide di Linden Lab sotto la voce “Art”.

Art. Qui iniziano i pasticci. Qualche tempo dopo l’apertura, mentre facevo un rattoppo incontro nella sim una visitatrice, con un nome impegnativo: Honour. Le dico “Nome impegnativo, milady”. Chiaccheriamo un po’, mi fa qualche domanda sull’installazione, ciao ciao.

Qualche tempo dopo, la stessa mi propone un’intervista per Prim Perfect, una importante rivista su Second Life. “Artista virtuale”, dice lei. IO? Mai pensato a me stesso come a un artista. Però la mia vanità è solleticata, la persona mi sembra intelligente e quindi ok, procediamo. Ne esce un ritratto di me stesso corretto, che mi spiega alcuni miei aspetti inesplorati. Eccellente!

Qui si incrociano alcune parole per me difficili da concettualizzare: già pensare a me stesso come “artista” è difficile, se associo anche “virtuale” rifiuto a priori l’etichetta (ok, in realtà ho uno spontaneo rifiuto per qualsiasi etichetta, ma queste due associate diventano indigeribili per me). Però, quell’articolo mi offre una chiave di lettura interessante: “creating environments”. Sì, questo è quello che faccio (o che vorrei fare). Il mio scopo facendo quei lavori è proprio questo. Mi piace tantissimo pensare a “cosa ne farà la gente”, se qualcuno troverà qualche eco e spunto, o anche semplicemente un po’ di piacevolezza. Insomma, facendola breve, Fellini Oniricon è ancora lì e vive ormai di una vita propria, fino a che i prim resteranno “rezzati“.

Fellini Oniricon in Second Life, ballando con la mia musa Violette. Bè, un artista serio deve avere la sua musa, no?

Passa qualche tempo, e per serendipity incrocio LEA, Linden Endowment for the Arts.

The Linden Endowment of the Arts is an official Linden Community Partnership program whose purpose is to help new artists, cultivate art in SL, and foster creativity, innovation, and collaboration within the art community.

Una intera sim per cinque mesi. L’idea non è male… ho un progetto, compilo il form di presentazione che la commissione esaminerà e incrocio le dita, perché no. Sono un po’ spaventato dall’idea di fare una figuraccia a livello planetario (perché accade proprio così, gli eventuali insulti non vi arriveranno soltanto nella vostra lingua ma anche in quelle più esotiche), ma fa niente.

Qui mi fa sorridere pensare che c’è ancora chi discute sul fatto che l’avatar sia reale o no. Il vostro avatar è voi stessi, chi altro dovrebbe essere? Il gioco avviene in Real Life, la realtà è in Second Life. Dovreste stamparvelo in fronte “Il mio avatar sono io”.

Comunque, dopo un po’ arriva una email… “Caro tu, ti abbiamo selezionato, hai voluto la bici e mò pedala”. Così, ho approfittato di questo agosto per costruire Musiclandia. Prima ancora che fosse finita anche Musiclandia è andata nella Destination Guide, nei posti d’onore, e il traffico di visitatori è molto elevato. Anzi, trattandosi di un’installazione artistica, il traffico è straordinario.

Anche qui, mi vien da pensare a chi sostiene che Second Life è un mondo di trafficoni dedicati all’onanismo perenne o al gioco d’azzardo. Non dipenderà un po’ (ironico) da dove vai e da chi frequenti? Le offerte di un mondo virtuale sono immense, usa un po’ la testa prima di sparare sentenze…

Così, ricorderò questo agosto 2013 come “quella volta che sono diventato artista”. Quella dannata di Honour continua a fare il suo lavoro, ieri ha visitato la sim e mi ha detto con aria innocente “Stai già pensando alla prossima?”. Io ho fatto finta di non sentire fischiettando, ma ho sentito benissimo.

Concludo con qualche immagine realizzata dai visitatori e due bellissimi video (su Flickr ne potete trovare molte, fate una ricerca per Musiclandia LEA11, oppure nel mio album Flickr).

Se qualcuno desidera conoscere i dettagli sporchi o organizzare un evento in Musiclandia mi contatti (Livio Korobase), la sim è aperta fino al 31 dicembre.

A contre courant – Karro Lean

Musiclandia – Moti Moody

Musiclandia – Carton Bristol – Video

“Musiclandia”Eupalinos Ugajin – video


Bookmania a Musiclandia

Alcuni articoli che parlano di Musiclandia:

 

LIA, l’accessibilità e Il Tropico del Libro

LIA? Ancora? Sì, almeno una volta. In questo caso per rispondere a Sergio Calderale, del Tropico del Libro, che animato da insana passione ha prodotto una trilogia di post sulla storia di questo progetto. Non capisco bene quale spinta lo abbia condotto a questo sforzo, ma il lavoro prodotto è dettagliato ed interessante. Inoltre, vengo chiamato in causa più volte, lo spazio dei commenti di un blog è quello che è e quindi scrivo le mie note qui.

La lunga storia viene, come si diceva, divisa in tre parti: una cronistoria, una raccolta di opinioni, un’intervista a AIE nella persona di Piero Attanasio.

I post non sono stati scritti da esperti di accessibilità, apprezzo quindi lo sforzo di comprensione e divulgazione su un argomento così fumoso come LIA, ma ho qualche dubbio sull’impostazione generale delle considerazioni prodotte.

Il primo dubbio, che purtroppo pervade tutti i post, è che non sia chiara una questione fondamentale, ovvero cosa sia l’accessibilità. Ovviamente, per parlarne quanto meno bisognerebbe condividerne la definizione. Nei post, si fa un curioso confronto fra definizione di accessibilità “Legge Stanca” e una frase estrapolata da una guida prodotta da un gruppo di lavoro triennale sponsorizzato dal WIPO (World Intellectual Property Organization), di cui lo staff di LIA ha curato una traduzione in italiano (è davvero disponibile solo in .docx, non ho sbagliato il link) e che fa parte del progetto “Enabling Technologies Framework Guidelines“.

Perché curioso confronto? Intanto la definizione “Stanca” è scritta da un ufficio legale, e ovviamente a prima vista può apparire “un po’ strana” nella sua stesura, ma è una legge. La seconda invece non rappresenta in alcun modo uno standard o un riferimento normativo, tant’è che la frase citata in originale inizia con “In generale”. In generale si potrebbe dire che… le due definizioni appartengono a mondi diversi, una è normativa, l’altra è semplicemente colloquiale ed esprime l’opinione di chi ha scritto quella guida e correttamente si riferisce a un contesto “in generale”. È quindi una decisa forzatura utilizzare come giustificazione di un presunto “prima e dopo” due frasi di natura completamente diversa come se fossero fra loro contrapposte ma che alla fine dicono esattamente la stessa cosa: un documento elettronico si può definire accessibile quando è fruibile da chiunque, punto.

Purtroppo il presumere una “più attuale definizione di accessibilità” da parte dell’autore mina il filo dei ragionamenti esposti, che alla fine diventano ancora meno trasparenti di quello che erano in partenza grazie anche alle parole di Attanasio. Ma andiamo con ordine.

Parte uno: storia. Per quello che mi riguarda, visto che vengo descritto direttamente come “condito dal malumore di chi ha perso la gara” e di conseguenza autore di un “articolo polemico“, vorrei sapere dove il mio post citato sia polemico o scritto con malumore. Esprime una grossa delusione, certo. Se il progetto fosse stato realizzato da noi certamente non avrebbe la forma di LIA. Scrivo (copio/incollo) “Sono contento che io e un mio amico siamo riusciti a competere con il nostro progetto fino all’ultimo con colossi come AIE e UICI“. Ed è vero, ne sono stato contento ed orgoglioso. Questo sarebbe essere di malumore e polemico?

Parte due: le opinioni. Il post parte subito con una grossa cantonata, rendendo esplicita questa presunta maggiore attualità di una definizione che nemmeno lontanamente rappresenta qualcosa di autorevole o normativo. Ok, allora va bene tutto… ora scrivo io una definizione di accessibilità e decido che quello è il riferimento, e su questo costruisco una storia. Non è molto serio, vero?

Fra le opinioni, c’è anche quella di un “editore accessibile”, che non conosco. Però, sembra che anche l’editore accessibile abbia le idee un po’ confuse, poiché si legge (copio/incollo):  “Torniamo un attimo indietro, al termine “accessibilità”. Nato nel web, ha preso piede negli ultimi anni proprio nell’ambito dello sviluppo di siti internet: “accessibilità”, per capirci, è più vecchio di “usabilità” (altro termine andato di moda col crescere dello sviluppo web mobile, sebbene anche questo fosse più antico)”.

Eh? Voi avete capito cosa significa? L’usabilità è andata di moda con il web mobile? Boh. La accendiamo? Ne siete sicuri?

Prosegue l’editore accessibile: “I cosiddetti “standard per l’accessibilità” non sono altro che un insieme di accorgimenti tecnici, un “modo giusto di codificare”, per far sì che gli screen-reader, o la funzionalità text-to-speech di smartphone e tablet, siano in grado di funzionare correttamente”.

Ma no, ma per favore, ma avete idea di cosa sia veramente l’accessibilità? Insieme di accorgimenti tecnici per gli screen reader? Segue una inutile ed ennesima (credo che sul web ci siano milioni di documenti che parlano dell’attributo alt) spiegazione di cosa sia l’attributo alt del tag img. Compare qui per la prima volta una richiesta esplicita riguardo i requisiti di LIA: sembrerebbe che LIA richieda di inserire nell’attibuto alt dell’immagine di copertina nome dell’autore e titolo del libro. Io non so se questo è vero, ma se lo fosse siamo davvero alla frutta. Nella grammatica formale di riferimento, XHTML, l’attributo alt ha delle precise funzioni che non sono “personalizzabili” da parte di LIA (ricordo che LIA non ha alcun valore legale o di riferimento come ente di certificazione, il bollino LIA è una cosa che si sono inventati loro ripercorrendo forse le orme di quello che era Bobby tanto tempo fa. Ma era appunto tanto tempo fa, e c’erano delle specifiche di riferimento ben chiare).

Però, non sapendo se questo corrisponda al vero o meno, ne riparleremo quando qualcuno pubblicherà qualcosa di utilizzabile perché per ora, dopo anni e milioni di euro, non esiste uno straccio di documentazione su quali siano i requisiti tecnici richiesti da LIA per appiccicare l’ennesimo bollino. Basterà essere cuggino di qualcuno? Spero di no, ma come minimo un progetto del genere avrebbe dovuto rendere pubbliche le specifiche e sottoporle a discussione aperta, soprattutto se l’intento principale del progetto è “superare il concetto di accessibilità relativa a determinate categorie di fruitori dei contenuti editoriali, in questo caso le persone con disabilità visive, per approdare alla messa a punto di un flusso di lavoro, messo a regime dai singoli editori, finalizzato a immettere nei circuiti distributivi libri che siano semplicemente accessibili per tutti“. Notate la discreta contraddizione? Belle parole, ma se io volessi seguire le indicazioni di LIA e realizzare libri che siano accessibili per tutti (sic), come caspita posso fare se nessuno sa e dice quali siano i riferimenti?

Non si poteva, visto il grosso budget a disposizione, creare un altro sito (magari questo accessibile davvero, non come i due online attualmente) contenente tutti i riferimenti, esempi pratici, documentazione, spazi di discussione?

La stessa domanda se la sono posta due editori, che hanno chiesto a LIA lumi al proposito. Un editore dice “Per ora però, abbiamo provato a entrare in contatto con la segreteria del LIA ma non abbiamo avuto risposta. Riproveremo”. Ok, ritenta sarai più fortunato. L’altro editore dice: “Tuttavia, alcune perplessità permangono per la mancanza di chiare specifiche tecniche (ci sono state fornite solo vaghe linee guida circa il codice degli ebook)”.

Questa secondo me è la parte più debole di tutto il progetto: la mancanza di una reale documentazione tecnica, che superi la logica degli annunci mirabolanti da fiera e gli slogan, dando realmente agli editori degli strumenti di lavoro. Semplicemente, questi strumenti non esistono. Sul sito del progetto sono reperibili soltanto la traduzione citata in precedenza e il riferimento a un manuale (anzi, linee guida) intitolato “Ebook accessibili, best pratice di taggatura” (scritto da un autore sconosciuto nel campo dell’accessibilità – il refuso non è mio, si intitola proprio così) che però non è disponibile al pubblico.

Forse era troppo audace fare di questo manuale un epub con licenza Creative Commons da distribuire gratuitamente? No, eh?

Nel seguito uno degli intervistati mi chiama in ballo ma non ho capito cosa volesse dire, magari me lo spiegherà se ha voglia, sarò ben lieto di rispondergli.

Sulla parte terza, non entro nemmeno nel merito. Si tratta di belle speranze, aspettative, marketing. Ma di strumenti pratici, realmente alla portata degli editori ed in grado di produrre quel desiderato cambio di paradigma nel workflow editoriale integrando l’accessibilità fin dalla produzione dei documenti (sai che novità, quanti anni sono che se ne parla? Ci voleva LIA?) non ce n’è ombra. Il progetto a dicembre chiude, quindi è legittimo aspettarsi che strumenti per gli editori mai ce ne saranno, a meno di ulteriori nuovi finanziamenti (pubblici o privati non c’è problema, dice Attanasio. Scusi, ma mi viene da sorridere).

Dice Attanasio: “perché intendevamo dare come primo approccio forte questo messaggio che ciò che si trova è acquisibile in un click, in maniera immediata“. Qualcuno l’ha avvisato che i clic necessari sono molti di più e i problemi da affrontare per qualcuno possono essere anche insormontabili, e che uno dei punti più deboli della vetrina è proprio questo?

Il concetto che stiamo cercando di sviluppare è una soluzione a regime in cui qualsiasi disabile visivo possa accedere a qualsiasi ebook che venga prodotto, attraverso gli stessi canali che tutti utilizzano“. Non dovevano essere libri universali per tutti? Ora sono tornati ad essere libri per disabili visivi? Ma sembra proprio essere così. Dice ancora Attanasio: “Il motivo è proprio quello. Noi puntiamo all’epub 3 ma se i software ancora non lo leggono… Abbiamo fatto dei test con i device esistenti. Visto che l’obiettivo è che i disabili visivi leggano, in questo momento è ancora meglio questo formato“. Quindi l’obiettivo è che i disabili visivi leggano, ok, basta saperlo.

D’altra parte è coerente con quanto dichiarato sul sito: “Mettendo a frutto le potenzialità del digitale, LIA ha attuato un modello, basato sull’utilizzo di standard internazionali, che consente di spostare a monte la produzione di ebook accessibili e di integrarla nei normali flussi produttivi e distributivi editoriali al fine di offrire ai non vedenti e agli ipovedenti un numero sempre maggiore di titoli accessibili.

Per offrire un punto di accesso agli ebook accessibili, LIA ha creato una vetrina online navigabile in autonomia dai disabili visivi“.

Come dice Francesco Tranfaglia, che di libri se ne intende, “Vieni a LIA! Fai contento il tuo amico ciecato, compragli un bel libro col bollino per ciecati!”

Però, allora, non parlate di universalità, di accessibilità per tutti, oppure devo pensare che non sapete di cosa state parlando o che siete in malafede. O perlomeno mettetevi d’accordo fra voi…

Ci conforta che nel mondo delle disabilità la stragrande maggioranza la pensi come noi“. Ok, che dire, scusi ma mi scappa ancora da sorridere.

E così via, di contraddizione in contraddizione, tentando di spiegare cose che noi umani non possiamo capire.

Ciao LIA, scusami ma sei proprio noiosa, è estate… magari ne riparleremo in autunno, saluto fazzolettino sventolato, bye bye.

Scuola: il digitale può attendere. No, ma, chi l’ha detto?

cose mirabolanti...

È veramente buffa questa cosa del Ministro dell’Istruzione in carica, Maria Chiara Carrozza, e delle dichiarazioni che avrebbe fatto in merito a un incontro avuto con gli editori la settimana scorsa a proposito della questione libri scolastici digitali.

Aveva iniziato Gabriele Toccafondi, Sottosegretario Ministero dell’Istruzione, con un tweet,

Gabriele Toccafondi@GToccafondi 17 Jul

Ho incontrato gli editori No a contrapposizioni ideologiche l’innovazione della scuola prosegue e sono disponibile a valutare ogni criticità”.

Vabbè, mi sembra una posizione comprensibile. Credo che sia piuttosto naif aspettarsi una posizione equilibrata e non ideologica dagli editori su questo argomento, ma chissà.

Poi compare un articolo sul blog di Repubblica, Stop ai libri digitali a scuola, dove Corrado Zunino riporta alcuni virgolettati attribuiti al ministro e agli editori. Da quello che scrive sembrerebbe essere stato presente alla riunione però non si sa, magari qualcuno gli ha riportato le notizie.

Sembra quel gioco dove ci si mette tutti in fila e ognuno dice nell’orecchio al proprio vicino una frase, che man mano si modifica strada facendo.

Ora in un post su L’Espresso, Il Ministro Carrozza, la didattica digitale e l’intramontabile fascino di lavagna e gessetto, una frase presa dal post originale e attribuita agli editori appare come dichiarazione del ministro, con tanto di firma, e su questo errore parte una tiritera di rimprovero al ministro poco coraggioso, e il ritardo dell’Italia, non ci sono più le mezze stagioni, e così via.

Intanto, da altre parti c’è chi chiede le dimissioni del Ministro Carrozza per una battaglia di civiltà.

Il ministro manda un tweet dicendo “Ma io non ho mai detto quelle cose”, e subito un altro post dice “Sì, l’ha detto ma poi ha smentito” (La scuola digitale può attendere?).

Boh, insomma, vabbè che è estate, ma un argomento così non varrebbe la pena di trattarlo un po’ meglio? Com’è che nessuno si accorge delle vere bufale contenute nel post iniziale? Gli editori avrebbero tonnellate di carta stampata nei magazzini e bisogna salvarli? Magazzini pieni di libri che usciranno, forse, fra anni? Opperò. E ovviamente, ribadiamo che leggere ebook fa male, non fatelo!

Gli editori, soddisfatti per i loro bilanci, commentano: «Avremmo dovuto macerare interi magazzini». E offrono queste spiegazioni alla loro posizione: «L’accelerazione sui libri digitali non poggiava su alcuna seria e documentata validazione di carattere pedagogico e culturale, così come non sono state valutate le possibili ricadute sulla salute di bambini e adolescenti esposti a un uso massiccio di apparecchiature tecnologiche».

Non è facile fare un libro

Bozza ad alta voce

Diceva ieri il Venerandi “non è facile fare un ebook“. Le analisi proposte nel post sono tutte condivisibili, è evidente che nelle soluzioni proposte dai vari attori del mercato per la realizzazione di libri elettronici c’è qualcosa che non va, che si tratti di mobi, di epub o altri formati più o meno esotici e ciascuno con richieste tecniche differenti. C’è chi inventa le proprie specifiche, chi prende quelle degli altri e le riadatta alle proprie necessità, chi ne inventa di nuove.

La mancanza di uniformità produce ovviamente gran confusione e grandi costi aggiuntivi, poiché è necessario produrre più versioni dello stesso documento per soddisfare ogni tecnologia. Ovviamente i vari formati e le periferiche utilizzabili per leggerli sono fra loro incompatibili, lo chiamano “mercato”.

Ha senso? Non molto, ovviamente. Il gran pasticcio deriva secondo me da un fatto molto semplice: si continua a chiamare libro quello che in realtà oggi è il sistema di distribuzione. La carta o i formati digitali non fanno altro che rendere distribuibili dei contenuti, non sono più “il libro”. Lo vuoi in formato elettronico? Pronto, eccoti il link da cui scaricare. Lo vuoi di carta? Certo, te lo stampo e te lo fornisco a casa, se vuoi.

Se questi contenuti venissero prodotti utilizzando correttamente gli strumenti che da anni i vari programmi per scrivere o impaginare rendono disponibili, non saremmo nemmeno qui a discuterne: i documenti sarebbero già dotati in partenza di tutto il necessario sia per la distribuzione elettronica, sia per quella su carta.

Il problema, o perlomeno uno dei problemi più importanti, nasce secondo me dalla procedura ancora oggi utilizzata per produrre i materiali: in linea di massima, si procede a “appicciconi”, a continui rattoppi e adattamenti, magari fatti da mani diverse che non sanno utilizzare correttamente un word processor.

Quello che avrebbe potuto essere un documento elettronico pronto per la distribuzione diventa una poltiglia ingestibile, che deve essere pazientemente ripulita e reimpaginata da qualcun altro. Alla fine poi ognuno riconvertirà al proprio formato di distribuzione quanto prodotto, convinto di avere in pugno il mercato. È soltanto un tentativo di controllo, baby.

Sarebbe tutto infinitamente più semplice se, per esempio, la produzione dei testi venisse effettuata utilizzando strumenti come PressBook. Un sistema di authoring e publishing gratuito, già organizzato e con quello tutto che serve per scrivere un libro, e che soprattutto permette di salvare il proprio lavoro in quei formati di markup che garantiscono interoperabilità, trasparenza, accessibilità, universalità, oltre che nei consueti PDF, epub, ecc… proprio quello che servirebbe.

È soltanto un esempio fra i molti che mi vengono in mente, e mi rendo conto che in questa maniera si andrebbe a perdere molto del divertimento che deriva dall’aggiustamento della poltiglia redazionale e si abbasserebbero troppo costi e tempi di produzione. E poi come si fa a giustificare quel prezzo di copertina?

Quello che comunque è evidente, oggi ancora di più, che il libro non è la carta o il pixel e la loro presunta lotta: il libro è il contenuto.

Tecnologia Solidale 2013

Ultimi giorni per iscriversi a Tecnologia Solidale 2013, un convegno che si svolge dentro al Parlamento

Con il convegno “Tecnologia solidale” abbiamo voluto accendere i riflettori sul “lato B” della tecnologia, sul “lato buono”.

Per far incontrare tante realtà, per far loro raccontare la loro storia.

Per conoscere le esigenze di un mondo in continua crescita anche nel nostro Paese.

Per capire come la tecnologia consente oggi di migliorare la vita delle persone.

Abbiamo raccolto le sollecitazioni al Governo e al Parlamento, in ordine all’agenda digitale e in ordine al decreto sviluppo.

Le tradurremo in emendamenti per quanto riguarda l’agenzia per il digitale, sul tema dell’accessibilità.

Presentazione di Tecnologia Solidare – On. Antonio Palmieri