Forma e funzione sul Web

(bozza)

(e, sottotitolo mormorato, nell’editoria elettronica?)

“Form follow function”, diceva l’architettura moderna e l’industrial design del XX secolo. La forma di un oggetto deve essere imposta da o basata su la sua funzione, o scopo progettato. Ma cosa significa esattamente? La frase sembra sensata, ma a un esame più attento diventa problematica e aperta alle interpretazioni. Il dibattito ancora oggi è molto acceso, e personalmente trovo piuttosto divertente l’articolo “Form Follows WHAT?” di Jan Michl. Sul Web diventa ancora più complicato, e ragiono a ruota libera su alcune questioni. D’accordo, forse la filosofia del design non è un argomento così entusiasmante, ma ognuno ha le sue perversioni. Determinismo e indeterminismo: quale sarà la forma di Dio? Ricordando bene che il determinismo è crollato fin dai tempi di Boltzmann, e che è ormai accertato scientificamente che non è per niente vero che la natura si regge sul probabilismo, sembra che invece nel nostro universo regnino il caos, il disordine, e le ipotesi di natura probabilistica possono soltanto approssimare lo stato naturale.

Partiamo dall’inizio, senza supernatural designer.

Il Web è un non-luogo, e quindi il costrutto forma/funzione non si verifica, non ha lo spazio dove svolgersi, non esistono oggetti di forma certa, ma contenuti liquidi. Il web è un oceano? O una biblioteca in cui agisce un “total user“? Questi contenuti sostanzialmente non hanno una sola forma, come di solito accade nel mondo reale, la loro forma si adatta all’ambiente che l’utente ha predisposto per poterne fruire.Lo stesso contenuto può cambiare forma, dovrebbe poter, adattandosi all’ambiente che lo contiene in quel preciso momento.
Di conseguenza, che spazio trovano (che precisione possono avere?) le tecniche UCD, User Centered Design, se l’utente non è definibile poiché potrebbe essere qualsiasi cosa? Inoltre, sul Web l’utente è una persona o uno User Agent?

Dice Luca: ““Insomma su prodotti digitali alla fine si costruisce l’esperienza utente legandola molto alla percezione dell’utente”.

Ok, però la realtà è che questo utente è talmente indefinito o indefinibile che alla fin fine serve solo per verificare che non ci siano errori di progettazione.

Esempio lapalissiano: tutti i maggiori produttori di software spendono cifre enormi per fare test di ogni tipo e genere. Possibile che nessuno abbia pensato al fatto che utilizzare un’icona a forma di floppy per il comando Salva non ha alcun senso per tutti gli utenti che hanno comprato un pc negli ultimi anni?

Il lettore di dischetti è scomparso dai computer, e per questi utenti quell’icona così importante non ha altro significato che “se faccio clic lì salvo”. Semplicemente, non hanno idea di cosa sia un floppy. Esperienza utente? Boh…
Oppure, altro esempio lapalissiano: sappiamo benissimo che un documento digitale può essere fruito in tantissimi modi diversi. In un browser, in un reader, su un palmare, stampato, e così via.
Che rapporto c’è, per esempio, fra l’esperienza utente di un normale utilizzatore di browser e chi invece “vede” lo stesso documento ma con font molto più grandi, di colore diverso, con uno sfondo diverso? io non penso che esista una esperienza utente comparabile, neppure a livello cognitivo – senza dubbio influenzato dalle personali capacità. Questo accade perché, diversamente che nel mondo fisico, nel mondo digitale non esiste, o ha meno senso, il costrutto su cui viene basata l’ipotesi di esperienza utente (che in ogni caso di ipotesi si tratta).
Mentre per un martello il costrutto forma/funzione è evidentemente utile, sul web no, la forma è indefinibile per definizione.
Sul Web, forse funzionano le “personas”, sono più rispondenti a una ipotesi di individuazione degli “utenti”. Ricordando bene che sono, appunto, archetipi: un codice ipotizzato, perduto, copia diretta dell’originale, da cui si ritiene derivino tutti gli altri testimoni in nostro possesso. Insomma, maneggiare con cura.

In ogni caso, tutto diventa ancora più complesso con il Web sociale di questi giorni. Un aspetto del Web preconizzato fin dalla sua fondazione, attualmente spacciato come novità e denominato “Web 2.0″.

Che gli umani si organizzino in gruppi non è questa grande novità, e non si capisce perché questo non dovrebbe accadere sul Web… Questo fenomeno riduce ulteriormente la rappresentatività delle tecniche UCD, ponendo invece sotto i riflettori la psicologia sociale, i lavori di Kurt Lewin e la sua equazione.

B=ƒ(P,E)

Il comportamento (B, behavior) è una funzione che esprime le relazioni tra comportamento, persona (P) e ambiente (E, environment). Che abisso fra questo concetto dinamico e quello rigido che vorrebbe imporre la psicologia cognitiva con i suoi test da laboratorio condotti da tecnici in camice bianco.

È vero che il Web è un non-luogo, ma è certamente un ambiente, delineato dal design che presenta i contenuti. È qui che si innesta l’accessibilità, come può esistere l’accessibilità senza considerare l’ambiente e la persona? E come già detto, sul Web l’ambiente non è fisso, ma estremamente variabile e personalizzabile. Un po’ come se il colore dei muri della vostra casa potesse essere cambiato liberamente da ogni visitatore. Fa girare la testa vero? Ma l’ambiente del Web è esattamente questo.

Possono sembrare sofismi, forse. Però i recenti aggiornamenti di Facebook, Google e MySpace, il progetto di IPhone tutti sono incentrati sul design come fonte di sopravvivenza per il futuro. Se sono sofismi questi…

Per ora, a chiusura di queste divagazioni la mia mente mi propone una frase di Bateson: Nel mondo della mente il nulla – ciò che non esiste – può essere una causa. Una lettera che non viene scritta può ricevere una risposta incollerita.
Più tardi capirò anche quale sia la relazione, se esiste.

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