Ponti che separano: il ponte Calatrava a Venezia
Da Wikipedia: un ponte è una struttura utilizzata per superare un ostacolo naturale o artificiale, che si antepone alla continuità di una via di comunicazione. Avremo dei ponti propriamente detti se l’ostacolo è rappresentato da un corso d’acqua, avremo dei viadotti se l’ostacolo è una vallata (discontinuità orografica), avremo dei cavalcavia se l’ostacolo è rappresentato da un’altra via di comunicazione.
È di questi giorni la notizia della possibile inaugurazione dell’ormai famigerato “ponte Calatrava” di Venezia. Da anni questo progetto solleva discussioni, dubbi e perplessità ed è molto facile trovarne traccia sul Web, quindi non entrerò nel dettaglio, né mi sembra interessante discutere delle abilità di Calatrava.
Del ponte sono state date molte definizioni, fra cui la migliore mi sembra “il ponte assurdo”.
Questo ponte è nato male, e la sua storia è proseguita peggio. Ma la cosa di cui voglio parlare è l’accessibilità del ponte. Tristemente, questa opera di ingegno non è stata progettata (come al solito?) con l’accessibilità in mente, né il progettista a fronte delle proteste sempre più numerose è riuscito ad elaborare una strategia risolutiva. Alla fine queste menti sono riuscite a partorire una cosa che soltanto a parlarne mi manda in bestia: soluzione? L’ovovia.
Non si riesce nemmeno a immaginare una bestialità simile: praticamente, a fianco del ponte verrà montato una specie di binario su cui si muoverà questa “ovovia” che dovrebbe permettere ai disabili di attraversare il ponte. Riporto dalla presentazione stampa:
Davanti al telaio in acciaio inox della cabina, di forma ellissoide, realizzato dalla Cignoni e dalla Pmp di Milano, e la cui scocca sarà ora ricoperta con plastica trasparente, e con pannelli opachi in carbonio alla base e alla copertura, Marco Zanon ha illustrato il funzionamento dell’ovovia, che è un prototipo assolutamente originale: la cabina, che porterà un disabile con carrozzina e un accompagnatore, sarà collocata in un vano interrato in calcestruzzo ai piedi del ponte, e sarà sollevata a livello del selciato con un pistone telescopico oleodinamico, che la poserà su una pedana ancorata al dispositivo trainante a cremagliera su due rotaie laterali al ponte e agganciate alle centine, azionato da quattro motori elettrici e guidato da un computer a tripla ridondanza (ma sarà sempre possibile l’intervento meccanico); al termine del percorso, che durerà sette-otto minuti, la cabina, dopo la discesa dei passeggeri, sarà fatta scendere nel vano interrato dall’altra parte del ponte.
Riuscite a immaginare quale mostruosità possa essere per un disabile restare appeso per aria a 10 metri di altezza sull’acqua in questa delirante ovovia? Perché, a parte l’angoscia del percorso (oltre all’altezza il ponte si alza e si abbassa a seconda del carico), che succederà quando il marchingegno si bloccherà? Perché è certo, si bloccherà prima o poi. Io non riesco ad esprimere il mio pensiero senza passare direttamente al turpiloquio.
In ogni caso, se avete due minuti di tempo, leggete l’eccellente post di Roberto Scano al riguardo, e firmate la petizione “Un ponte per tutti”. Saranno dieci minuti ben spesi.
ps: oggi pomeriggio l’assessore Pino Toso (consigliere comunale Pd e delegato del sindaco all’abbattimento delle barriere architettoniche) si è dimesso e il sindaco ha accolto le sue dimissioni.
One Response to “Ponti che separano: il ponte Calatrava a Venezia”

In questo caso comunque non posso che essere d’accordo con te: assurdo definire la risposta del progettista (che suggeriva ai disabili l’uso, peraltro già comune, del vaporetto) quando poi si ricorre a una soluzione che concettualmente non ha nulla di diverso: il ponte o è accessibile o non lo è. In questo caso non lo è. Il disabile attraversa il canale a fianco del ponte, che sia trasportato dal solito vaporetto o da un uovo sospeso non cambia (se non il costo dell’operazione e il probabile orrore claustrofobico del malcapitato).