LIA, l’accessibilità e Il Tropico del Libro

LIA? Ancora? Sì, almeno una volta. In questo caso per rispondere a Sergio Calderale, del Tropico del Libro, che animato da insana passione ha prodotto una trilogia di post sulla storia di questo progetto. Non capisco bene quale spinta lo abbia condotto a questo sforzo, ma il lavoro prodotto è dettagliato ed interessante. Inoltre, vengo chiamato in causa più volte, lo spazio dei commenti di un blog è quello che è e quindi scrivo le mie note qui.

La lunga storia viene, come si diceva, divisa in tre parti: una cronistoria, una raccolta di opinioni, un’intervista a AIE nella persona di Piero Attanasio.

I post non sono stati scritti da esperti di accessibilità, apprezzo quindi lo sforzo di comprensione e divulgazione su un argomento così fumoso come LIA, ma ho qualche dubbio sull’impostazione generale delle considerazioni prodotte.

Il primo dubbio, che purtroppo pervade tutti i post, è che non sia chiara una questione fondamentale, ovvero cosa sia l’accessibilità. Ovviamente, per parlarne quanto meno bisognerebbe condividerne la definizione. Nei post, si fa un curioso confronto fra definizione di accessibilità “Legge Stanca” e una frase estrapolata da una guida prodotta da un gruppo di lavoro triennale sponsorizzato dal WIPO (World Intellectual Property Organization), di cui lo staff di LIA ha curato una traduzione in italiano (è davvero disponibile solo in .docx, non ho sbagliato il link) e che fa parte del progetto “Enabling Technologies Framework Guidelines“.

Perché curioso confronto? Intanto la definizione “Stanca” è scritta da un ufficio legale, e ovviamente a prima vista può apparire “un po’ strana” nella sua stesura, ma è una legge. La seconda invece non rappresenta in alcun modo uno standard o un riferimento normativo, tant’è che la frase citata in originale inizia con “In generale”. In generale si potrebbe dire che… le due definizioni appartengono a mondi diversi, una è normativa, l’altra è semplicemente colloquiale ed esprime l’opinione di chi ha scritto quella guida e correttamente si riferisce a un contesto “in generale”. È quindi una decisa forzatura utilizzare come giustificazione di un presunto “prima e dopo” due frasi di natura completamente diversa come se fossero fra loro contrapposte ma che alla fine dicono esattamente la stessa cosa: un documento elettronico si può definire accessibile quando è fruibile da chiunque, punto.

Purtroppo il presumere una “più attuale definizione di accessibilità” da parte dell’autore mina il filo dei ragionamenti esposti, che alla fine diventano ancora meno trasparenti di quello che erano in partenza grazie anche alle parole di Attanasio. Ma andiamo con ordine.

Parte uno: storia. Per quello che mi riguarda, visto che vengo descritto direttamente come “condito dal malumore di chi ha perso la gara” e di conseguenza autore di un “articolo polemico“, vorrei sapere dove il mio post citato sia polemico o scritto con malumore. Esprime una grossa delusione, certo. Se il progetto fosse stato realizzato da noi certamente non avrebbe la forma di LIA. Scrivo (copio/incollo) “Sono contento che io e un mio amico siamo riusciti a competere con il nostro progetto fino all’ultimo con colossi come AIE e UICI“. Ed è vero, ne sono stato contento ed orgoglioso. Questo sarebbe essere di malumore e polemico?

Parte due: le opinioni. Il post parte subito con una grossa cantonata, rendendo esplicita questa presunta maggiore attualità di una definizione che nemmeno lontanamente rappresenta qualcosa di autorevole o normativo. Ok, allora va bene tutto… ora scrivo io una definizione di accessibilità e decido che quello è il riferimento, e su questo costruisco una storia. Non è molto serio, vero?

Fra le opinioni, c’è anche quella di un “editore accessibile”, che non conosco. Però, sembra che anche l’editore accessibile abbia le idee un po’ confuse, poiché si legge (copio/incollo):  “Torniamo un attimo indietro, al termine “accessibilità”. Nato nel web, ha preso piede negli ultimi anni proprio nell’ambito dello sviluppo di siti internet: “accessibilità”, per capirci, è più vecchio di “usabilità” (altro termine andato di moda col crescere dello sviluppo web mobile, sebbene anche questo fosse più antico)”.

Eh? Voi avete capito cosa significa? L’usabilità è andata di moda con il web mobile? Boh. La accendiamo? Ne siete sicuri?

Prosegue l’editore accessibile: “I cosiddetti “standard per l’accessibilità” non sono altro che un insieme di accorgimenti tecnici, un “modo giusto di codificare”, per far sì che gli screen-reader, o la funzionalità text-to-speech di smartphone e tablet, siano in grado di funzionare correttamente”.

Ma no, ma per favore, ma avete idea di cosa sia veramente l’accessibilità? Insieme di accorgimenti tecnici per gli screen reader? Segue una inutile ed ennesima (credo che sul web ci siano milioni di documenti che parlano dell’attributo alt) spiegazione di cosa sia l’attributo alt del tag img. Compare qui per la prima volta una richiesta esplicita riguardo i requisiti di LIA: sembrerebbe che LIA richieda di inserire nell’attibuto alt dell’immagine di copertina nome dell’autore e titolo del libro. Io non so se questo è vero, ma se lo fosse siamo davvero alla frutta. Nella grammatica formale di riferimento, XHTML, l’attributo alt ha delle precise funzioni che non sono “personalizzabili” da parte di LIA (ricordo che LIA non ha alcun valore legale o di riferimento come ente di certificazione, il bollino LIA è una cosa che si sono inventati loro ripercorrendo forse le orme di quello che era Bobby tanto tempo fa. Ma era appunto tanto tempo fa, e c’erano delle specifiche di riferimento ben chiare).

Però, non sapendo se questo corrisponda al vero o meno, ne riparleremo quando qualcuno pubblicherà qualcosa di utilizzabile perché per ora, dopo anni e milioni di euro, non esiste uno straccio di documentazione su quali siano i requisiti tecnici richiesti da LIA per appiccicare l’ennesimo bollino. Basterà essere cuggino di qualcuno? Spero di no, ma come minimo un progetto del genere avrebbe dovuto rendere pubbliche le specifiche e sottoporle a discussione aperta, soprattutto se l’intento principale del progetto è “superare il concetto di accessibilità relativa a determinate categorie di fruitori dei contenuti editoriali, in questo caso le persone con disabilità visive, per approdare alla messa a punto di un flusso di lavoro, messo a regime dai singoli editori, finalizzato a immettere nei circuiti distributivi libri che siano semplicemente accessibili per tutti“. Notate la discreta contraddizione? Belle parole, ma se io volessi seguire le indicazioni di LIA e realizzare libri che siano accessibili per tutti (sic), come caspita posso fare se nessuno sa e dice quali siano i riferimenti?

Non si poteva, visto il grosso budget a disposizione, creare un altro sito (magari questo accessibile davvero, non come i due online attualmente) contenente tutti i riferimenti, esempi pratici, documentazione, spazi di discussione?

La stessa domanda se la sono posta due editori, che hanno chiesto a LIA lumi al proposito. Un editore dice “Per ora però, abbiamo provato a entrare in contatto con la segreteria del LIA ma non abbiamo avuto risposta. Riproveremo”. Ok, ritenta sarai più fortunato. L’altro editore dice: “Tuttavia, alcune perplessità permangono per la mancanza di chiare specifiche tecniche (ci sono state fornite solo vaghe linee guida circa il codice degli ebook)”.

Questa secondo me è la parte più debole di tutto il progetto: la mancanza di una reale documentazione tecnica, che superi la logica degli annunci mirabolanti da fiera e gli slogan, dando realmente agli editori degli strumenti di lavoro. Semplicemente, questi strumenti non esistono. Sul sito del progetto sono reperibili soltanto la traduzione citata in precedenza e il riferimento a un manuale (anzi, linee guida) intitolato “Ebook accessibili, best pratice di taggatura” (scritto da un autore sconosciuto nel campo dell’accessibilità – il refuso non è mio, si intitola proprio così) che però non è disponibile al pubblico.

Forse era troppo audace fare di questo manuale un epub con licenza Creative Commons da distribuire gratuitamente? No, eh?

Nel seguito uno degli intervistati mi chiama in ballo ma non ho capito cosa volesse dire, magari me lo spiegherà se ha voglia, sarò ben lieto di rispondergli.

Sulla parte terza, non entro nemmeno nel merito. Si tratta di belle speranze, aspettative, marketing. Ma di strumenti pratici, realmente alla portata degli editori ed in grado di produrre quel desiderato cambio di paradigma nel workflow editoriale integrando l’accessibilità fin dalla produzione dei documenti (sai che novità, quanti anni sono che se ne parla? Ci voleva LIA?) non ce n’è ombra. Il progetto a dicembre chiude, quindi è legittimo aspettarsi che strumenti per gli editori mai ce ne saranno, a meno di ulteriori nuovi finanziamenti (pubblici o privati non c’è problema, dice Attanasio. Scusi, ma mi viene da sorridere).

Dice Attanasio: “perché intendevamo dare come primo approccio forte questo messaggio che ciò che si trova è acquisibile in un click, in maniera immediata“. Qualcuno l’ha avvisato che i clic necessari sono molti di più e i problemi da affrontare per qualcuno possono essere anche insormontabili, e che uno dei punti più deboli della vetrina è proprio questo?

Il concetto che stiamo cercando di sviluppare è una soluzione a regime in cui qualsiasi disabile visivo possa accedere a qualsiasi ebook che venga prodotto, attraverso gli stessi canali che tutti utilizzano“. Non dovevano essere libri universali per tutti? Ora sono tornati ad essere libri per disabili visivi? Ma sembra proprio essere così. Dice ancora Attanasio: “Il motivo è proprio quello. Noi puntiamo all’epub 3 ma se i software ancora non lo leggono… Abbiamo fatto dei test con i device esistenti. Visto che l’obiettivo è che i disabili visivi leggano, in questo momento è ancora meglio questo formato“. Quindi l’obiettivo è che i disabili visivi leggano, ok, basta saperlo.

D’altra parte è coerente con quanto dichiarato sul sito: “Mettendo a frutto le potenzialità del digitale, LIA ha attuato un modello, basato sull’utilizzo di standard internazionali, che consente di spostare a monte la produzione di ebook accessibili e di integrarla nei normali flussi produttivi e distributivi editoriali al fine di offrire ai non vedenti e agli ipovedenti un numero sempre maggiore di titoli accessibili.

Per offrire un punto di accesso agli ebook accessibili, LIA ha creato una vetrina online navigabile in autonomia dai disabili visivi“.

Come dice Francesco Tranfaglia, che di libri se ne intende, “Vieni a LIA! Fai contento il tuo amico ciecato, compragli un bel libro col bollino per ciecati!”

Però, allora, non parlate di universalità, di accessibilità per tutti, oppure devo pensare che non sapete di cosa state parlando o che siete in malafede. O perlomeno mettetevi d’accordo fra voi…

Ci conforta che nel mondo delle disabilità la stragrande maggioranza la pensi come noi“. Ok, che dire, scusi ma mi scappa ancora da sorridere.

E così via, di contraddizione in contraddizione, tentando di spiegare cose che noi umani non possiamo capire.

Ciao LIA, scusami ma sei proprio noiosa, è estate… magari ne riparleremo in autunno, saluto fazzolettino sventolato, bye bye.

3 pensieri su “LIA, l’accessibilità e Il Tropico del Libro”

  1. Confermo che LIA ha chiesto che l’attributo alt dell’elemento img della pagina XHTML della copertina dell’ebook contenga (almeno) autore e titolo del libro, nonostante in generale la copertina sia considerata come immagine ornamentale (=> alt=”" ?).

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